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A cura di Valter Biella – ultimo aggiornamento agosto 2016.

( se vuoi saperne di più sui flauti della Valle Imagna, vai a questa pagina)

Giuseppe Picchi, suonatore di “flautino a tre buchi”, nel mondo popolare rappresenta la figura di una meteora che ha attraversato la metà del 1800, lasciando tracce indelebili del suo passaggio, ma anche misteri sulla sua persona e sul suo strumento. Alla sua scomparsa gli organologi, per la maggior parte inglesi perchè nel 1856, in Inghilterra, il Picchi riscosse ampi consensi, si sono sforzati di dare completezza a quanto conoscevano, costruendo però falsi miti, biografie incomplete e, soprattutto, inesatte ricostruzioni dello strumento del Picchi.
Gli hanno attribuito errate origini sarde, per gli inglesi era infatti “il menestrello sardo”. Hanno sbagliato sul nome, che da Picchi è diventato Picco, e per ultimo hanno “praticamente creato” da zero il picco-pipe, chiamandolo anche zufolo, basandosi unicamente su ricostruzioni effettuate da artigiani inglesi apparse sul mercato dal 1860 in poi, e senza verificare se tale strumento, con questa forma, sia esistito realmente in Italia.

Piccopipe

Il “picco pipe” secondo la ricostruzione fatta in Inghilterra.

A tutto questo ha ampiamente posto rimedio il compianto etnomusicologo professore Febo Guizzi, di Milano. A pagina 173 di: “ Guida alla musica popolare in Italia – 3. Gli strumenti (Libreria Musicale Italiana, LIM, Lucca 2002) parla del “picco-pipe” e, riferendosi al flauto a tre buchi della Valle Imagna, scrive al riguardo: ” Questo modello più piccolo è quello da cui, con una vicenda singolare piena di sorprendenti deformazioni sia della storia del personaggio, sia della realtà morfologica dello strumento, si è generato il flauto a tre fori noto in Gran Bretagna come Picco-pipe, e cioè il flauto di Picco, questo è infatti il cognome deformato di Giovanni ( qui Guizzi sui sbaglia, è Giuseppe. N.d.R) Picchi, detto anche “il Cieco di Bobbio, il quale […] si esibì nella seconda metà del XIX secolo in molti teatri, italiani ed europei […] quale virtuoso capace di sbalordire le platee per il fatto di riuscire ad eseguire un repertorio di arie d’opera e di brani popolareschi su di un flautino a tre fori da bancarella, di quelli costruiti in Valle Imagna. Avendo ottenuto grande successo in Inghilterra […] fu involontariamente causa della diffusione di un flauto a tre fori costruito in loco con forme e dimensioni notevolmente diverse da quelle originarie e denominato, come si è detto, “Picco-pipe”. Tale flauto è ancora oggi costruito e marginalmente utilizzato soprattutto nella riproposta della musica antica

Questo è quanto Febo Guizzi scriveva già nel 2002. Poi approfondisce e completa l’argomento in un suo successivo lavoro, e precisamente:” Il genio sovrano del misero Cieco di Bobbio – Immagine, verità e falsità musicale fra gusto borghese e virtuosismo popolare “, che è comparso nella pubblicazione: “Sivlì e sivlocc – flauti e zufoli in terra di Bergamo“, (di Valter Biella, con un contributo di Febo Guizzi, Centro Studi Valle Imagna. 2009). Il capitolo su Giuseppe Picchi, conosciuto anche come il “Cieco di Bobbio”, è da pagina 39 a pagina 74.
Il lavoro di Guizzi è completo e insindacabile: inizia con una disamina di quanto è stato fino ad oggi pubblicato sul picco-pipe, il flautino suonato da Giuseppe Picchi. Riportando le parole di Febo Guizzi, “… Si può dire che non vi sia stato autore, tra quelli ai quali si attribuisce la fondazione stessa dell’organologia moderna, che non si sia occupato, sia pure fuggevolmente, di un piccolo flauto, indicato come italiano, da tutti denominato Picco pipe …” (a pagina 40 di “Sivlì e sivlocc – flauti e zufoli in terra di Bergamo”).

Quindi prosegue con l’elenco degli studiosi che hanno affrontato tale argomento; nel 1910 il Canonico Francis Galpin, in “Old English Instruments of Music, their history and character” (Londra, Metheun, 1910) alla pagina 150 parla di Giuseppe Picchi, chiamato erroneamete Picco, ed alla tavola 29 riporta la fotografia del picco-pipe.
Tre anni dopo segue Curt Sachs, in “Real-Lexikon der Musikinstrumente, zugleich ein Polyglossar für das gesamte instrumentengebiet” (Berlino, J.Bard. 1913), alla pagina 299.
Un’altra autorevole fonte è Philip Bate in “The Flute: A Study of Its History, Development and Costruction” (Londra, Ernest Benn – New York W.W. Norton & Co. 1969 – 1973).
A seguire Anthony Baines e William H. Stone che curano la voce “Picco pipe” nel “Grove Dictionary of Musica and Musicians“.
Di flautini sul modello del “picco pipe” ne esistono diversi esemplari, distribuiti nei principali musei; il prof. Guizzi ne fa un rapido elenco.

Di seguito riporta la biografia del Picchi, fornita da due articoli a firma di Attilio Rapetti, comparsa sul “Bollettino Storico Piacentino” del Gennaio-Dicembre 1944, e del Gennaio-Dicembre 1945. (QUI potete scaricare il PDF dei due bollettini). Giuseppe Picchi nasce in una famiglia di poveri braccianti contadini, purtroppo cieco dalla nascita. Quando Giuseppe ha tre anni, la famiglia si trasferisce a Crescenzago, nei tempi passati comune autonomo, oggi quartiere della periferia nord orientale di Milano; qui gli viene regalato, all’età di sette anni, “uno di quei zuffoli di legno tornito che, generalmente colorati di rosso, piuttosto tozzi e corti, dotati di tre soli fori, si potevano nel secolo scorso acquistare dai comuni banchi di fiera nei giorni di sagra per la tenue moneta di cinque centesimi” ( così riporta Attilio Rapetti). Prima suona occasionalmente tra cascine e cortili, poi il fato gli fa incontrare l’impresario e prestidigitatore vicentino Antonio Poletti. Il Poletti lo porta con se nei più importanti teatri italiani ed europei.
Riscuote un incredibile successo, dovuto alla sua eccezionale abilità. Lo vediamo al Teatro Comunitativo di Piacenza il 17 marzo 1855, ed il professore Febo Guizzi riporta il manifesto del concerto, depositato nell’archivio della Biblioteca “Passerini Landi” di Piacenza, nello Schedario Rapetti, da cui si intuisce con chiarezza sia il tipo di repertorio, che lo strumento usato.

Manifesti Picchi

Inoltre, sempre il professore Guizzi, porta a conoscenza di diverse altre immagini, perlopiù manifesti, che raccontano ancora della carriera e del repertorio del fenomenale ” Cieco di Bobbio”: queste sono depositate nella “Civica raccolta stampe Bertarelli” al Castello Sforzesco di Milano.
Anche da queste immagine si intuisce che lo strumento del Picchi è identico a quelli raffigurati nelle stampe di Piacenza.

Nel 1856 Giuseppe Picchi tiene una fortunata serie di spettacoli nel Regno Unito ricevendo ampi consensi, Febo Guizzi cita l’articolo tratto dal “The Illustrated London News” del 15 marzo 1856. (Questa è la pagina relativa)

Questo articolo del 1856 ed altri sempre dello stesso periodo, redatti dai giornalisti inglesi, contengono tutta una serie di imprecisioni, che sono poi rimaste anche negli studi successivi. Le informazioni errate sono queste: Giuseppe Picchi diventa unicamente Picco, senza il nome, da cui il “picco pipe”. Gli vengono attribuite origini sarde, per la stampa inglese infatti è “il menestrello sardo“. Molto probabilmente, essendo nato in un paese del Nord Italia, i giornalisti di oltre Manica hanno fatto un errore geo-politico, facendo confusione tra “Regno di Sardegna” (che in raltà è sabaudo) e l’isola sarda. Errore che si è poi mantenuto tra gli studiosi inglesi.
Anche lo strumento picco-pipe è stato “di fatto” reinventato. Basti pensare che i flauti catalogati nei musei a cui gli studiosi inglesi fanno riferimento non sono manufatti italiani, ma si tratta di prodotti inglesi, e che la loro datazione è posteriore al 1860 circa, cioè dopo la tournèe del Picchi in Inghilterra. Inoltre nella organologia degli strumenti popolari italiani non esiste un flauto che ha la forma del picco-pipe inglese. Men che meno negli strumenti sardi.

Alla fine, il prof. Guizzi arriva allo svelamento finale, la prova inattaccabile: esiste ancora oggi un flautino che è stato suonato da Giuseppe Picchi. Il flautino è depositato presso la Accademia Filarmonica di Bologna.
Sullo strumentino è incollata una targhetta di carta che riporta in maniera chiara e indiscutibile, con scrittura ottocentesca:
“Microscopico strumento che apparteneva a Giuseppe Picchi da Bobbio, cieco nato, e che gli giovò a campare la vita…”

flautino Accademia Bologna

Questo strumento non ha nulla a che vedere con la ricostruzione fatta in Inghilterra del picco-pipe. Nemmeno è lo strumento descritto dagli organologi inglesi. In realtà è uno delle migliaia di piccoli flautini torniti in Valle Imagna e distribuiti poi dai venditori ambulanti nelle fiere e nei mercati di diverse province del Nord Italia ed arrivato, per un destino benevolo, nelle mani di un ragazzino cieco dalla nascita, ma un fenomeno, un vero genio musicale, Giuseppe Picchi il “cieco di Bobbio”.


Questo è il fondamentale lavoro del professore Febo Guizzi. Partendo dalla sua traccia investigativa, ho personalmente cercato altri documenti, per approfondirne la conoscenza.

Per prima cosa aggiungo la biografia redatta da Luigi Galli, direttore de “Il Cispadano”, nel numero 10 del 22 marzo 1855. Si tratta delle prime informazioni biografiche sul Picchi. Probabilmente sono anche le più attendibili, perchè raccolte direttamente nel periodo di massima circolazione del portentoso flautista. La biografia di Attilio Rapetti che è del 1944, prende abbondanti informazioni da quanto scrive Luigi Galli novanta anni prima.

estratto da Cispadano

L’articolo parla del successo ottenuto da Giuseppe Picchi a Piacenza, nei concerti del 17, 18 e 19 marzo 1855. Continua poi dando delle informazioni biografiche. Scrive Luigi Galli:
” Ma chi era egli questo Picchi […] A questa domanda, a cui per anco nessuno giornale d’Italia ha fatto risposta, la faremo noi, poichè ci siamo brigati di metterci nella condizione di poterlo, attingendo a sicure fonti le notizie che siamo per dare.
Giuseppe Picchi ha valicato di poco il ventiquattresimo anno di età; nacque a Sant’Albano, piccolo villaggio della Provincia di Bobbio negli Stati Sardi; e i suoi genitori erano poveri giornalieri o braccianti […]. Pochi giorni dopo la nascita perdette […] gli occhi, sicchè il globo ne è interamente svanito. Egli aveva tre anni quando i suoi genitori lasciato il paese nativo passarono in Lombardia e posero stanza a Crescenzago, presso Milano […].
Il caso volle che, mentr’egli non avea che sette anni, gli capitasse fra le mani un zuffolo rurale, e se lo recasse, invitato, alle labbra, e dentro vi fischiasse. Oh quella prima nota che ne uscì, risvegliò il genio latente […]. Egli abitava a Crescenzago una casa locata sulla strada postale, per cui più d’una volta avvenne, che passando per di là o banda musicale, o postiglioni suonanti la loro cornetta, se era di notte, svegliato saltava giù dal letto, e vestitosi correva ad udire quelle armonie per farne tesoro, e suonarle poi sul suo fischio.[…]
Crescendo negli anni, crebbe ancora la sua singolare valentìa, e per amore di sussistenza andò vagando in compagnia di un suo fratello per le città e i villaggi della Lombardia, suonando nei caffè e nelle piazze quelle soavi note di cui natura gli era stata maestra, e qua e là avea potuto fare tesoro […]. Volle fortuna che lo ascoltasse pure un maestro di musica, e questi dopo avergli fatto sentire sul suo piano-forte alcuni pezzi musicali, ei li ripetè si bene, che venuto a Codogno nell’Aprile dello scorso anno, suonò in quel Teatro Sociale, e riempì tutti di meraviglia. Ma il portento non si divulgò […], per cui il Picchi fu costretto a continuare come prima a girare per borghi e città. Di sollevarlo dal fango, e presentarlo all’ammirazione del mondo, era riservato al professore di Fisica e Meccanica dilettevole Antonio Poletti. Questo celebre prestigiatore sentito il Picchi a Varese, travide in lui il genio, e fattosi suo protettore, lo provvide di maestro, e lo presentò sui principali teatri della Lombardia, della Venezia e del Piemonte all’ammirazione universale […]”

Dalla biografia di Luigi Galli si possono trarre queste principali informazioni: nel 1855 aveva da poco compiuto i 24 anni, quindi il suo anno di nascita si colloca all’inizio del 1831. Nasce a Sant’Albano, comune di Val di Nizza, in provincia di Pavia, chiamato Sant’Albano di Bobbio perché in origine era un feudo del Vescovo di Bobbio. Da qui una prima aprossimazione che si è poi ripetuta nel tempo, perchè il Picchi è diventato anche “il cieco di Bobbio”. In realtà Sant’Albano dista una quarantina di chilometri da Bobbio. Bobbio comunque fa parte degli Stati Sardi, ed allora ne scaturisce un’altra imprecisione che troveremo ripetuta poi sui giornali inglesi: quando Picchi va all’estereo, diventa il “menestrello sardo”, come se fosse nato nell’isola Sardegna.

Il 3 dicembre 1854 suona al Teatro Re di Milano, come riporta la Gazzetta Ufficiale di Milano del 3 dicembre. Il successo è tale che fa altre dieci repliche, fino al 14 dicembre. Di lui ne dà una entusistica recensione la Gazzetta Musicale di Milano del 10 dicembre 1854, alla pagina 397.

Gazzetta Musicale di Milano

Come già riportato nel lavoro del professore Febo Guizzi, nel 1856 intraprende una strepitosa tournée in Inghilterra, Scozia ed Irlanda: la stampa locale ne dà ampio risalto. In aggiunta all’articolo citato da Guizzi, inserisco quanto riporta Illustrated Times del 1 marzo 1856, alla pagina 147.

Illustrated Times

Nell’articolo si vede che Giuseppe Picchi è diventato “Picco, il menestrello sardo”.
Il particolare dell’immagine che ho inserito qui sopra è tratta direttamente dalla pagina originale del giornale del 1856, che ho acquisito per il mio archivio, e che ho scansionato con una risoluzione molto alta. La figura non è dettagliatissima, ma ingrandendo la pagina originale, si intravede seppur parzialmente la forma del flautino. Per quanto la figura sia approssimativa, non assomiglia al Picco-pipe inglese che è caratterizzato dall’avere un becco lungo: nell’immagine tratta dall’articolo si intuisce che il becco è corto e più tondeggiante, e richiama il flauto riprodotto nei manifesti di Piacenza.

Aggiungo una ulteriore informazione, che riguarda l’organologo che probabilmente è stato realmente l’antesignano, il primo che si è occupato del picco-pipe, antecedentemente al Canonico Francis Galpin. Nella prima edizione del 1880 del “Dictionary of Music and Musicians” di George Grove, (in tre volumi. Londra, Macmillan, 1880) troviamo infatti la descrizione sia della figura del Picchi, che del flautino. Per la precisione nel secondo volume, alla pagina 750, sia alla voce Picco (cioè Giuseppe Picchi, voce redatta da  Gorge Grove – G.), che alla voce picco-pipe ( il flautino, voce redatta da William H. Stone – W.H.S.).

PICCO GROVE 1880

Le informazioni fornite dal dizionario scontano però il peccato originale. La tournée del 1856 è stato un passaggio fulmineo, breve; dopo queste date Picchi non è più ritornato in Inghilterra. Le conoscenze della stampa inglese prima e degli studiosi di organologia poi, riguardo sia la figura del Picchi che il suo flautino, sono perciò marginali. Grove stesso lo ammette nel suo dizionario: “… we regret that we can obtain no information as to what happened to him before or after his appearance here ( … siamo dispiaciuti di non aver potuto ottenere nessuna informazione su quello che gli è successo prima e dopo la sua comparsa qui). Di fatto, per colmare queste lacune, in Inghilterra si è poi  “praticamente” reinventata sia la sua biografia che il suo strumento. L’enciclopedia WIKIPEDIA, alla medesima voce, è un elenco di queste imprecisioni.

Altro materiale che aggiunge  ulteriori informazioni sul genio musicale di Giuseppe Picchi lo potete trovare in:
Sua biografia, curata da Gaspare Nello Vetro, per il “Dizionario della musica e dei musicisti dei territori del Ducato di Parma e Piacenza”

– Marco Tiella, Osservazioni sulla Scheda OA per strumenti musicali. Il riordino e la schedatura della collezione dell’Accademia Filarmonica di Bologna. Il flauto del Picchi è catalogato, e lo trovate a pagina 180, 183 e184.

– “I teatri di Voghera di Alessandro Maragliano (Tipografia Cerri, 1901). Qui potete trovare Il ritratto di Giuseppe Picchi suonatore di flautino, a pagina 116, l’immagine è qui sotto.

Picchi Voghera Maragliano
Si vede con chiarezza che il flautino ha tre fori superiori, e non due superiori e uno inferiore per il pollice, come nel picco-pipe inglese.Questa immagine concorda con le stampe della raccolta Bertarelli e con i manifesti di Piacenza. Inoltre l’immagine evidenzia un particolare importante: Giuseppe Picchi usava anche l’indice della mano sinistra per chiudere ( parzialmente o completamente) anche il foro di uscita del flautino. Particolare che si vede con chiarezza anche nelle stampe della raccolta Bertarelli.

 

Nei manifesti di Piacenza il flautino a tre fori è riportato con diligenza e precisione. A mio parere, molto probabilmente i tipografi piacentini hanno avuto tra le mani uno strumento simile, se non addirittura uno strumento del Picchi. Dalla biografia del Rapetti risulta infatti che Giuseppe Picchi, per la paura di vedersi sottratto il suo magico strumento, ne fece preparare ben 2000, da cui ne scelse 18 intonati (Rapetti 1945). Quindi di flautini, anche non funzionanti ma comunque sostanzialmente sempre identici tra loro, ne poteva disporre in abbondanza: potreva tranquillamente lasciarne uno in tipografia, per ricavarne una immagine accurata. Cosa che non è succesa in Inghilterra: nelle immagini della stampa britannica lo strumento, per quanto sia continuamente citato, in realtà non è mai raffigurato.

Per concludere il tutto, guardate qui di seguito la fotografia di due flautini costruiti da Fortunato “Fortuno” Angiolini, di Brumano in Valle Imagna (1909 – 1996) che provengono dalla mia collezione. “Fortuno” aveva imparato dal padre Giovanni (1859 – 1929), a sua volta allievo del nonno Battista. Sono identici allo strumento del Picchi descritto nei manifesti, nel libro “I teatri di Voghera” e, soprattutto, al flautino depositato all’Accademia Filarmonica di Bologna: stessa forma, tornitura, disposizione dei fori, lunghezza dello strumento e lavorazione del labium: il “picco pipe”, in realtà, era un flautino a tre fori della Valle Imagna. Nulla a che vedere con il picco-pipe ricostruito in Inghilterra.

flautini Fortuno

In questo mio video si possono vedere alcune fasi della lavorazione al tornio. L’anno è il 1987, sicuramente una delle ultime volte in cui “Fortuno” Fortunato Angiolini (1909 – 1996) ha costruito dei flauti. Il tornio è detto “a gamba”, ed è di forma arcaica. Fortuno non sapeva suonare il flautino, comunque accenna ad alcune posizioni delle dita, ed il modo con cui tiene in mano lo strumento è identico alla immagine del Picchi tratta da “I teatri di Voghera”.


Da diversi anni  ho intrapreso la ricostruzione del flauto a tre fori della Valle Imagna (Bergamo), il “sivlì”, basandomi direttamente su quello che mi ha insegnato il costruttore Fortunato Angiolini.

Se volete saperne di più, cercate QUI. 

Ho preparato anche un manuale, che trovate QUI.

icona quattro sivli

i miei “sivlì”, i piccoli flauti a tre fori 

 

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